René Magritte, celebre surrealista belga, è noto per le sue opere ampiamente apprezzate e replicate, specialmente nel campo della grafica e della pubblicità. Sebbene abbia trascorso la maggior parte della sua vita nella capitale, Bruxelles, ha vissuto anche un breve periodo a Parigi, dove potè confrontarsi con Breton. La sua formazione, avvenuta anch’essa in patria, lo portò a coniugare il macabro con un senso più umoristico, ricalcando le orme di Delvaux. Condusse una vita tranquilla, borghese. Gli uomini con bombetta che ritrae nelle sue opere diventano una sorta di autoritratto semplificato della sua esistenza. Un altro richiamo autobiografico si trova nella sua tendenza a non raffigurare mai volti, coperti sempre da oggetti di varia natura. In “Gli amanti” (1928), un velo copre i volti dei soggetti, richiamando il tragico lutto della madre, morta suicida per annegamento e ritrovata con una camicia da notte a ricoprirle il viso, lutto che il giovane Magritte subì a solo 13 anni.                                                                 Attraverso la sua pittura, espresse l’intenzione di “far gridare il più possibile gli oggetti familiari”, adottando una strategia di stravolgimento e decontestualizzazione. Questo avveniva tramite la trasformazione e l’invenzione di oggetti, il loro sdoppiamento e moltiplicazione, i paradossi visivi e l’uso di parole associate a immagini incongruenti.    Per Magritte, la pittura non consiste nella riproduzione realistica della realtà, ma nel rivelare l’impossibilità di questa operazione e il mistero che si cela dietro ogni cosa, e che non è mai  totalmente comprensibile, neanche per l’artista stesso. Credeva che la pittura portasse con sé dubbi e misteri che non necessitavano di risoluzione, poiché “è il mistero a illuminare la conoscenza”. Coloro che cercano di spiegare il mistero attraverso simbolismi, secondo Magritte, temono ciò che non riescono a comprendere fino in fondo. Pertanto, la pittura non è vincolata alla verosimiglianza, ma deve mettere in evidenza le differenze tra arte e realtà.

René
Magritte

1898-1967

L'incontro con altri mondi

Magritte nutrì una profonda passione per il cinema, soprattutto per i generi comico e giallo, e questo si rifletté nei suoi lavori artistici, che mescolavano il macabro con un senso umoristico. Era particolarmente affascinato dal personaggio di Phantomas, e dall’idea che un tranquillo borghese come lui, potesse trasformarsi in un individuo libero e trasgressivo. Gli uomini con la bombetta, raffigurati in situazioni improbabili, servivano proprio a introdurre un elemento comune e ordinario, trasformandolo in qualcosa di illogico e stupefacente nel contesto in cui veniva inserito.                                              Magritte fu profondamente influenzato dall’arte di Giorgio de Chirico. In particolare, rimase colpito dal dipinto “Canto d’amore”,in questa occasione sostenne: “I miei occhi avevano visto il pensiero per la prima volta”. Seguendo le orme del pittore italiano, optò per composizioni con stesure piatte concentrandosi maggiormente sul contenuto dell’immagine, che risultava solo apparentemente realistico. Tuttavia, a differenza di De Chirico, che inseriva oggetti reali in contesti desertici e non identificabili spazialmente o temporalmente, Magritte utilizzò oggetti reali per collocarli in situazioni irreali e irrealizzabili, enfatizzando ulteriormente il contrasto tra arte e realtà.                                                                                                        Un altro evento significativo che influenzò lo stile di magrittiano, fu la visione casuale, in una birreria di Bruxelles, di una porta con venature che sembravano cariche di “esistenze misteriose”. Da quel momento, tali immagini iniziarono a comparire frequentemente nei suoi dipinti, contribuendo alla creazione del suo linguaggio artistico distintivo.

Nella cultura contemporanea

Nel 1989, a Milton Glaser, venne commissionato un manifesto per commemorare il centenario della morte di Van Gogh. Per l’occasione decise di reinterpretare il dipinto “L’uso della parola I” di Magritte, in cui è disegnata una pipa con al di sotto la scritta “Ceci n’est pas une pipe” (Questa non è una pipa), a sottolineare che si tratta solo della sua rappresentazione bidimensionale. Glaser, consapevole del fatto che la pipa fosse uno degli elementi distintivi delle opere di Van Gogh, utilizzò le pennellate e i colori tipici del pittore olandese nella sua rappresentazione, mentre la scritta sul manifesto proclamava “Questa non è la pipa di Vincent”, mettendo in risalto la differenza tra l’oggetto reale e la sua rappresentazione artistica.

Le opere

René Magritte

1928-1929, Collezione privata (New York)

Valutazione 3 su 5

René Magritte

1953, Collezione Menil (Houston)

Valutazione 5 su 5

René Magritte

1954, Musées des Beux-Arts (Bruxelles)

Valutazione 4 su 5
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